
Una bimba di cinque anni è annegata nel pomeriggio di ieri a Sabaudia. Normalmente non mi occupo di cronaca e infatti non vi darò i dettagli della storia, non mi sembra corretto né utile, perciò vi rimando all’articolo di La Repubblica. Vi cito questa storia perché nel trafiletto si legge che la bambina si era allontanata in un momento di distrazione dei genitori.
Sulle prime ho pensato subito alla bimba morta l’altro ieri perché si è tirata addosso il televisore, ma subito dopo mi sono resa conto di quanto sia pesante, per un genitore, dover sostenere un costante e altissimo livello di attenzione verso i propri bambini.
Ho sempre voluto pensare che tenendo gli occhi ben aperti e non perdendo mai di vista la mia piccola non le sarebbe successo mai niente di male. Onestamente, però, non posso credere che in casi come questo si possa sempre imputare tutto alla mamma e al papà. Abbiamo forse dimenticato il concetto di “fatalità”, nel senso che qualcosa sfugge sempre al nostro controllo. In una società che vive di deliri di onnipotenza è davvero difficile accettarlo.
Continua a leggere: Annega una bimba a Sabaudia: è dipeso dalla distrazione dei genitori?
Non è una vera novità: negli Stati Uniti molti ospedali e centri ospedalieri per la maternità con corsi di preparazione al parto forniscono ad aspiranti mamme e papà dei bambolotti interattivi per fare un po’ di pratica prima di avere a che fare col bebè in carne ed ossa.
Il Giappone però è andato oltre, complice la nota passione nipponica per i robot: per incrementare le nascite di un paese con una delle più alte aspettative di vita e una popolazione troppo vecchia si sono inventati Yotaro, un baby robot per coppie che lavorano e che vogliono sperimentare l’essere genitori prima di fare il grande passo.
Il bambolotto ha un viso dotato di espressioni facciali collegate ad un computer perché siano il più possibile aderenti a quelle umane. Piange, si lamenta, sorride, dorme, gattona, si tranquillizza con una ninna nanna e fa tutto – o quasi – quel che fa un bebè.
Chi ha creato Yotaro è convinto che a contatto con le gioie dell’essere genitori, anche solo virtuali, i giapponesi non resisteranno alla voglia di avere un figlio vero. Ne dubitiamo un po’, ma staremo a vedere se funzionerà.
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Quando su Bebeblog avevo parlato di congedo di paternità obbligatorio non credevo che prima o poi sarebbe arrivato in Italia. Arrivato è una parola grossa, per ora se ne parla, è una proposta. Sono comunque basita dal fatto che questo utilissimo congedo obbligatorio sarebbe di ben quattro giorni. Che ce ne facciamo di quattro giorni? Che se ne fanno i papà? Non è che una volta uscite dall’ospedale abbiamo tutte stuoli di nonne, zie, tate, ostetriche volontarie che ci danno una mano.
Lo so, in fondo è un inizio visto che prima non se ne parlava neanche. Io però lo vedrei come un contentino. Il congedo obbligatorio dovrebbe essere molto più lungo, se vogliamo che una donna incinta non venga discriminata al momento del colloquio per l’assunzione e se vogliamo ridurre la depressione post partum e l’isolamento in cui molte neo mamme si trovano. Che ne pensate?
Sieropositività e gravidanza ci fanno pensare alle campagne di solidarietà rivolte ai paesi del terzo mondo. In Italia, tuttavia, c’è ancora poca informazione a riguardo e spesso le donne sieropositive o gli uomini sieropositivi rinunciano in partenza al loro desiderio di maternità e paternità.
In realtà oggi è possibile eseguire trattamenti che consentono al bambino di una donna sieropositiva di nascere sano. Oltre alle cure farmacologiche, poi, il bambino viene fatto nascere tramite cesareo ed allattato artificialmente e questo consente a volte di portare il rischio di trasmissione del virus sotto il 2%. Se volete maggiori informazioni potete recarvi sul sito Nadir Onlus, che si occupa di informare su Aids e Sieropositività, e scaricare l’opuscolo dedicato alla maternità.
La guida ha come scopo sia quello di informare sulle modalità di trasmissione del virus al bambino e su come poter evitare tale trasmissione sia quello di consigliare i futuri genitori e di dare loro gli strumenti adatti per parlare con i medici ed essere quindi più consapevoli del proprio stato che delle proprie scelte.
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Mentre noi donne siamo lì a chiederci se i 40 sono un limite da porsi per le gravidanze, la Bellucci dice di no, gli uomini fanno molto meno fatica a diventare genitori in tarda età. Ci bastino come esempi Flavio Briatore, classe 1950, e Nicky Lauda che è diventato papà di due gemelli a 60 anni.
Se ci pensiamo bene, quando si facevano 12 figli a coppia non era poi così strano diventare padri in tarda età. Ieri come oggi, però, c’è una condizione che va assolutamente rispettata, ovviamente: avere una moglie di molti anni più giovane. I neo papà di una certa età, però, hanno spesso già altri figli, nati da precedenti relazioni e/o matrimoni.
Perciò mi chiedo: questi uomini vogliono davvero diventare padri? Oppure hanno bisogno della paternità per dimostrare, capitemi al volo, che ancora possono reggere con una donna giovane? O si tratta più che altro di percorso naturale per le loro giovani mogli? E le donne di una certa età che stanno con uomini giovani fanno la stessa scelta? Pare di no.
Demi Moore, per dirne una, si gode beatamente il suo giovane maritino Ashton Kutcher senza preoccuparsi di mettere al mondo un altro figlio. Anche perché, diciamo la verità, con la faticaccia che facciamo noi mamme, quando ci tocca un marito più giovane lo consideriamo una sorta di risarcimento. Voi che ne pensate?
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Cambiano i tempi, cambiano i contratti di lavoro, le assunzioni, i lavori stessi e perchè non dovrebbero cambiare anche le leggi che regolano e garantiscono la maternità? Sembra che in Gran Bretagna qualcuno alla fine ci sia arrivato, e da oggi l’assenza per paternità avrà di fatto la stessa durata di quella per maternità.
Un cambiamento adeguato ai tempi, tra partite IVA obbligatorie, contratti a tempo, a progetto, o chissà che altro, e lavoro in nero, la maternità per la donna non è sempre garantita, anzi, oggi meno che mai, quindi perchè non invertire i ruoli a seconda di chi ha un contratto a tempo indeterminato in famiglia?
In Inghilterra se la mamma torna a lavorare dopo avere usufruito dei primi sei mesi di maternità, retribuiti, i papà potranno a loro volta usufruire di sei mesi di paternità, i primi tre con salario di circa 500 sterline al mese, i secondi tre senza salario. Un inizio per garantire alla famiglia dodici mesi di copertura senza il rischio di perdere il lavoro.
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Ignazio Marino, chirurgo di gran fama, ha rilasciato un’intervista a Gabriele Romagnoli, per Vanity Fair, in occasione della sua candidatura alla segreteria del Pd. Di solito sorvolo sulle interviste ai politici, ma questa non poteva passare inosservata. Infatti Marino si è pronunciato sui congedi di paternità. Secondo lui, per evitare le discriminazioni nei confronti delle donne sui posti di lavoro, c’è una sola strada: rendere obbligatorio il congedo di paternità.
Proprio così: obbligatorio. Questo ristabilirebbe la parità tra uomo e donna nel momento in cui si decide delle assunzioni. Ma Marino sottolinea anche che in questo modo gli uomini capirebbero meglio cosa significa occuparsi di un bambino.
Certo questo sarebbe un passo fondamentale, cui ne andrebbero affiancati altri. Onore a Marino: ci voleva tanto per sentirlo dire così semplicemente da un uomo? Adesso però chissà quanto ci vorrà perché i signori uomini pensino che è un progetto serio, adottabile trasversalmente dalle varie fazioni e magari, udite udite, trasformabile in progetto di legge, per diventare poi una legge vera e propria.
Via | Vanity Fair

I congedi per maternità e paternità sono da sempre un problema e lo sono non solo per mancanza di leggi efficaci, ma per la mancanza di una mentalità conforme alle nuove esigenze della famiglia. Insomma, siamo sempre lì a ragionare su quanto sia difficile per noi donne barcamenarci tra lavoro e famiglia. Vorremmo che i nostri mariti fossero più comprensivi e quando ne troviamo uno che ci aiuta in casa ci sembra un miracolo. Ma il problema è che non ci servono aiutini e tappabuchi occasionali, ma una gestione equa delle responsabilità famigliari.
E’ vero che oggi sempre più papà prendono coscienza del proprio ruolo, ma quanti di loro sono o sarebbero disposti a mettersi in permesso per un mese intero per poter seguire il proprio bambino e consentire alla consorte un più veloce recupero fisico ma anche una ripresa della propria attività? Su Donne Manager ho trovato un articolo interessante a riguardo. L’idea è che per legge ci debba essere un mese di congedo per paternità obbligatorio.
Il mobbing per molte lavoratrici che rientrano dopo la maternità è frequente, spesso, purtroppo, anche da parte di altre donne. Inoltre molti uomini temono di essere considerati mammi e di perdere la stima dei colleghi se si impegnano troppo con i propri bambini. Diciamo la verità: spesso dietro mille scuse legate ai congedi (ai papà ne sono concessi pochi), alle retribuzioni (se manco io viene meno uno stipendio più alto), alle teorie psicologiche (il neonato ha bisogno solo della sua mamma), si nasconde invece una verità che noi mamme conosciamo benissimo e cioè che tra una giornata passata in ufficio con l’aria condizionata ed una con un neonato urlante da cambiare e allattare, l’aria condizionata ha decisamente la meglio.
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La domanda può apparire banale ma tra sensi di colpa, ansia dovuta agli anni che passano e inciviltà sociale nei confronti della maternità credo sia una domanda che in tante/tanti si pongano prima o poi, è obbligatorio fare figli?
A mio avviso non è obbligatorio ma necessario per soddisfare il desiderio, realistico, di maternità e paternità e perchè senza figli ci dovremmo rassegnare al presente senza avere il minimo spiraglio verso un domani, l’ala pessimista ora potrebbe tranquillamente ribadire che mettere al mondo delle creature in questo mondo è da irresponsabili, passare a loro la palla avvelenata da egoisti e così via.
Non chiedono di nascere e noi, genitori, non ci poniamo il problema della loro volontà, ma una volta arrivati all’avvento non prendiamo nemmeno in considerazione l’idea di tornare indietro e non ci pentiamo, anche se le paure continuano a rimanere e, se possibile, alcune si ingigantiscono a dismisura, a volte non ci sentiamo all’altezza, altre vorremmo scappare per rifugiarsi in un angolo silenzioso e ricco di solitudine, ovviamente senza comunicarlo altrimenti rischiamo di passare per cattivi genitori; non è obbligatorio e fare il genitore è il mestiere più difficile del mondo ma è un meraviglioso passaggio della vita, con tutti i se e i ma che si porta appresso.
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Facebook è una miniera di curiosità. Oggi lampeggiava sul lato destro la pubblicità ad un test di paternità: esci dal dubbio per darti pace. Mi sono subito immaginata molti papà che il dubbio se lo son fatto venire dopo aver letto questa bella inserzione. Il costo, ve lo dico subito varia dai 390 ai 690 euro, a seconda della complessità del test e del tempo in cui volete la risposta.
Così come molte donne non vogliono sapere se il marito le ha tradite o meno, molti uomini non vogliono sapere se i loro figli sono davvero sangue del proprio sangue o frutto di un’evasione della moglie verso altri lidi. Per tutti gli altri, curiosi, patologicamente gelosi o seriamente preoccupati, c’è il test di paternità. Come diceva Luttazzi in un suo famoso sketch: il 50% per cento degli italiani tradisce il proprio coniuge, se non siete voi è vostra moglie.
Il test, perché abbia valore legale può essere richiesto solo da un giudice. Se avviene senza il consenso della madre ha solo valore informativo. Al di là delle battute, io mi chiedo: se io come padre ho cresciuto un bambino per anni, cosa ne sarà di quel bambino se deciderò di avvalermi di un eventuale risultato positivo del test per disconoscerlo?
Continua a leggere: Test di paternità: uso legale, uso personale