Volete misurare il quoziente intellettivo di vostro figlio? Perché? Siamo, ancora per poco credo, uno dei rari paesi in cui non si da mai troppo retta ai test sull’intelligenza, a meno che non siamo al mare sotto l’ombrellone. Magari l’argomento mi tocca perché io personalmente non supererei nessun test psico attitudinale (non ci riesco neanche con quelli della settimana enigmistica).
La prima scala di intelligenza, comunque, venne pubblicata nel 1905 da Binet che riteneva che ad ogni età del bambino corrisponde una età mentale dello stesso ovvero la capacità di risolvere una serie di prove adatte appunto ai sei anni, ai nove anni e così via. Stern perfezionò il concetto elaborando il concetto di Quoziente di intelligenza che rapportava fra di loro età mentale (EM) ed età cronologica (EC). Secondo Stern il Q.I., come da allora è più conosciuto, lo si stabilisce dividendo l’EM per l’EC e moltiplicando il risultato per cento. Se otteniamo cento vuol dire che l’intelligenza del bambino rientra nella media; un risultato superiore a cento indica un’intelligenza superiore alla media, un risultato inferiore a cento ovviamente indica un’intelligenza inferiore alla media.
Gli strumenti per valutare l’età mentale si chiamano, lo sappiamo, test. I test attitudinali servono a prevedere le future prestazioni del bambino esaminato, le sue potenzialità. Noi siamo abituati a sentir parlare di test d’ingresso: quelli che si fanno ad inizio anno scolastico per capire quali strumenti nostro figlio padroneggia. I risultati dei test, tuttavia, non tengono conto di molti altri fattori e spesso vengono usati a sproposito.
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