Ogni donna prima del grande evento fa dei piani precisi su come affrontare il lavoro una volta nato e cresciuto il nanerottolo, chi decide di stare a casa con il pupo fino al momento dell’asilo, chi di rimanere a casa i primi tre mesi e poi tornare al lavoro, chi per sei settimane e poi torna al lavoro part time, chi lo vuole affidare ad altri e chi pensa di portarsi la creatura al lavoro, ovviamente questo è il caso delle mamme proprietarie dell’azienda.
Spesso però i piani saltano, una volta nato o per carattere del neonato o per desideri completamente cambiati della mamma non tutto il programmato si avvera, molte donne rimangono completamente incantate dalla maternità e scoprono che vogliono stare a casa più a lungo per accudire il figlio, o al contrario si vorrebbe tornare prima ma le condizioni finanziarie non lo permettono, l’asilo costa troppo e il part time è un sogno.
Anche le mamme devote alla carriera spesso si ritrovano, dopo il parto, a sentirsi ammettere “Non sono pronta per tornare al lavoro”, e molte madri lottano con i sensi di colpa straziate dall’amore per i figli e il desiderio di portare avanti le loro carriere.
E spesso, è bene dirlo, il mondo del lavoro non ascolta le esigenze e i bisogni delle madri.
A volte i numeri aiutano, questo almeno è il suggerimento del sito Mothering, che senza molti giri di parole consiglia di mettere su un piatto i costi di asilo e baby sitter, auto per raggiungere il luogo di lavoro e pranzi, ogni spesa che la mamma deve affrontare per tornare al lavoro viene confrontato con lo stipendio, spesso non c’è alcuna convenienza.
Le punizioni possono servire, se affrontate, ponderate e soprattutto spiegate, ma ci sono punizioni che oltre a raggiungere l’effetto voluto mettono a dura prova anche la sopravvivenza dei genitori, con conseguente permissivismo perchè altrimenti i nervi cedono.
Alcuni esempi? La famosa frase senza televisione per alcuni giorni, punizione tra le prime ad ogni marachella combinata, oltre a provocare un fastidio al pargolo è anche una seria prova per il genitore di turno che si vede sottrarre l’unica ora d’aria disponibile per dedicarsi ad altro.
Un’altra tipica punizione è niente giochi, e chi li tiene più dopo? Annoiati ciondoleranno per casa sbuffando e impedendoti di fare altro, il a letto senza cena credo sia stato bandito da tempo causa i sensi di colpa successivi. Quindi che fare? C’è chi suggerisce di farli filare in camera, ma che punizione è stare chiusi in una stanza piena di giocattoli?
Via | Scarymommy
Foto | Windoweb
Quando si parla di mamme lavoratrici si parla subito di asili nido, di quanto siano costosi, di quanto siano lunghe le graduatorie per accedervi e così via. Naturalmente parlare di nido significa parlare anche di paura dell’abbandono, sensi di colpa della mamma, inserimento e altre complicazioni emotive sia per la mamma che per il piccolo.
Personalmente, ho dovuto lasciare la mia piccola al nido quando aveva poco più di un anno. Non ci sono infatti nonni o altri parenti a darmi una mano e la nostra situazione economica non ci consentiva di rinunciare ad un secondo stipendio. E’ poi innegabile che io avessi bisogno, isolata com’ero, di riprendere i contatti con una realtà fatta di adulti e di gratificazione professionale.
A distanza di tempo, però, devo ammettere che il nido non mi piace. Non come struttura: ho avuto delle maestre a dir poco meravigliose nei confronti miei e di mia figlia. Non mi piace l’idea che un bimbo così piccolo debba allontanarsi dalla mamma per diverse ore. C’è forse un’alternativa, direte voi?
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Arriva la festa della mamma. Siamo lì, pronte a ricevere il regalino che il nostro piccolo ci porterà dall’asilo o da scuola. Invece di festeggiare con tutto il cuore, pensando di meritarci un po’ di onori e di riposo, sicuramente molte di noi si sentiranno quasi indegne del proprio ruolo. Già li vedo questi pensieri che vorticano: ma sì dai, in fondo sono una mamma come tutte le altre; potrei fare molto di più; se solo non dovessi lavorare; se solo non fossi così amareggiata dallo stare sempre casa.
Ecco, per quest’anno, vogliamo provare a farci un regalo e a liberarci dai nostri sensi di colpa? Se davvero pensiamo che qualcosa non va nel nostro modo di essere madri, allora diamoci da fare per cambiare la situazione. Altrimenti smettiamo di farci del male.
Facciamo un esempio: mi prendo cura del mio piccolo? Lo coccolo? Passo il mio tempo con lui? Lo ascolto? Gli leggo le favole? Cuciniamo insieme? Passeggiamo insieme? Lo sbaciucchio? Lo curo quando è malato? Lo consolo se è triste? Lo rimprovero se si sta mettendo in pericolo? Gli do delle regole?
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Non c’è verso: noi donne abbiamo il senso di colpa nel DNA. E quando diventiamo mamme, la situazione peggiora, qualunque sia la scelta che facciamo: lavorare oppure restare a casa. E’ un pensiero che riccore di frequente nelle mie giornate di mamma lavoratrice e affaticata. Ed è per questo che mi ha colpita l’articolo scritto dalla ex modella Sandra Howard sul Daily Mail nel quale racconta della sua storia di madre perennemente ossessionata dai sensi di colpa.
Noi mamme andiamo a lavorare per diverse ragioni, ma credo che nessuna di noi (o davvero poche) lo facciano perchè non hanno a cuore le ragioni familiari. Alcune di noi hanno una carriera ben avviata che hanno costruito nel corso di lunghi, faticosi anni di lavoro e che sarebbe un peccato buttare via. Altre lavorano perchè in casa serve un secondo stipendio per far quadrare i conti e altre lo fanno perchè arse dal fuoco sacro: anche se non ne hanno bisogno, anche se la loro non è una carriera sfolgorante, il lavoro è una passione imprescindibile.
Qualunque sia la nostra situazione, il senso di colpa gioca a tennis con i dubbi e le incertezze del nostro nuovo ruolo di madri lavoratrici. Che fare? Lasciare il lavoro per crescere un figlio che poi - passati i primi anni - avrà tanti di quegli impegni da non aver più bisogno della nostra presenza costante? Oppure lasciar crescere i figli da una tata o dall’educatrice dell’asilo nido o ancora dai nonni e diventare il genitore, anzi la madre che non è presente, quella che arriva la sera, stanca e triste magari con un nuovo gioco per conquistarsi il sorriso del bimbo che quasi non ti degna di attenzione perchè tu - durante la sua giornata, quando mangia, quando dorme, quando c’è da cambiargli il pannolino, quando piange - tu, mamma che lavori, non ci sei?
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