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Depressione post partum: le confessioni in rete, il libro di Sophie Marinopoulos, il servizio di La7

Sophie Marinopoulos, autrice del libro Nell’intimo delle madri, sostiene che se da un lato il fenomeno delle depressioni post partum (comprese le sue estreme conseguenze) è in aumento, dall’altro gesti apparantemente semplici come parlare e confidarsi possono aiutare le mamme a venirne fuori.

La Marinopoulos è una psicologa e psicolanalista che lavora nel reparto maternità di un ospedale a Nantes. Nell’ intervista rilasciata a Vanity Fair e riproposta sul sito della Feltrinelli sottolinea come spesso le madri, non sentendo scattare dentro di sé una grande felicità alla nascita del figlio, non si considerino automaticamente buone madri e vadano per questo in crisi. Sembra inoltre che anche l’età della madre incida, indirettamente, sulla depressione.

Una mamma che ha un figlio a quarant’anni si ritroverà a fare i conti con un bambino pieno di energia proprio quando la sua vita e il suo corpo hanno esigenze diverse. Le donne in menopausa oggi hanno spesso figli ancora piccoli e la stanchezza si fa così sentire ancora di più. Su questo concordo pienamente: sono nata quando mia madre aveva ventitrè anni e io ricordo quante energie si hanno a vent’anni, tutte quelle che già a partire dai trenta scemano inesorabilmente.

Ad ogni modo, mentre cercavo informazioni sul libro della Marinopoulos, ho trovato una puntata di Exit, trasmissione di La7, sull’argomento depressione. Potete rivederla in rete. Io non sono riuscita a finirla senza piangere, perché mi ha ricordato come mi sentivo io e la paura che provavo per quei sentimenti di rabbia o indifferenza nei confronti di mia figlia.

La Marinopoulos sostiene che una madre che chiede aiuto è già salva. La trasmissione ci fa notare come spesso lo spazio per parlare passi proprio attraverso la rete e il confronto con le altre mamme che navigano sul Web. Spesso sono proprio i portali dedicati alla maternità che ci consentono di sentirci normali, di scoprire che non siamo dei mostri. Il senso di colpa di una madre depressa è pericoloso, credo, quanto la depressione. Da una parte siamo bombardati da un’idea di madre inesistente, passata dai media e dalle pubblicità, quella del mulino bianco per intenderci; dall’altra molti o negano o esasperano i conflitti interiori tipici della neo mamma: perché ci aspettavamo di essere felici una volta partorito, di avere un ruolo, di sentirci madri e invece siamo sempre più fragili e scopriamo che questa maternità per alcune di noi non è un dono ma una conquista. Paradossalmente le altre donne non ci aiutano, spesso hanno così tanta paura dei propri sentimenti da non accettare i nostri e questo ci fa sentire marziane.

Forse c’è anche una nuova idea di persona che sta passando negli ultimi anni: donne e uomini tutti d’un pezzo, che controllano il loro fisico, il loro futuro, la loro mente, la loro salute. Un’illusione che ci rende spaventate di fronte alla scoperta che siamo esseri umani complessi e fragili. Paradossalmente una volta questo era chiaro: la puerpera aveva bisogno di assistenza. Oggi ci hanno convinte che dobbiamo e possiamo fare tutto da sole. Ma non è così e non è sempre colpa nostra.

Anche io sapevo che parlare e chiedere aiuto era fondamentale, ma non riuscivo sempre a farlo, avevo molta paura delle reazioni degli altri. Cosa avrebbero detto a casa mia se avessi confessato che a volte immaginavo di buttare mia figlia giù dal balcone? In quei momenti continuavo a ripetermi che immaginare di fare certe cose non vuol dire farle poi automaticamente, che ci sono tanti confini da passare per arrivare a certi gesti estremi.

Perciò parliamo, parliamo e soprattutto se abbiamo amiche che aspettano un bambino o che l’hanno appena avuto lasciamole parlare, senza giudicarle. Questo vale soprattutto per tutti quei mariti, e ce ne sono, che credono che una donna che abbia paura del parto sia una pappamolla; che una moglie che cederebbe volentieri la gravidanza al proprio consorte è una madre snaturata. Il punto, in questi casi, non è sempre capire come l’altro si senta, ma accettarlo, accoglierlo e rassicurarlo nonostante non tutto ci appaia comprensibile.

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