Di madre in figlia: la maternità come passaggio di testimone

Ieri sera ero in vena di commedie americane e così ho noleggiato Perché te lo dice mamma, con Diane Keaton. E' la storia di una donna che ha allevato da sola tre figlie e che ha con loro un classico rapporto di amore/invadenza condito da molto senso dell'umorismo. Tutto il film si basa sui tentativi della Keaton di sistemare la figlia più giovane, che è quella poi che le somiglia di più.

Che ormai sono più madre che figlia l'ho capito proprio perché mi stavo immedesimando troppo nella figura materna. Chissà se anche io sarò così invadente con la peste quando sarà più grande, se le lascerò i suoi spazi, se le parlerò di sesso con quell'eccessiva naturalezza che hanno le protagoniste del film.

Ad ogni modo, ad un certo punto mi sono resa conto che la maternità porta con sé un inevitabile confronto con la propria madre. Un confronto talmente importante da far dire ad alcune donne, tra cui una mia amica, non voglio figli per non dover diventare come mia madre. Il destino per ora l'ha accontentata. Cosa è successo invece a noi altre che abbiamo avuto un figlio e per giunta femmina?

In famiglia sono quella che somiglia di meno a mia madre e il fato ha voluto che mia figlia sia per ora la copia identica del suo papà. Mi sento perciò un po' sospesa per aria, senza un filo rosso, una continuità che mi ancori al passato o che mi consenta di protendermi nel futuro.

Però forse, alla fine, è questa la vera salvezza: il capire che la continuità non è data dalla somiglianza, ma dall'affetto. L'unicità degli individui e il rispetto che ci si deve l'un l'altro proprio per questo potranno un giorno consentire a mia figlia di essere stessa e di cercare liberamente le somiglianze con sua madre o con suo padre senza viverle come determinanti. Magari sto facendo troppa filosofia su questioni elementari della vita. Allora speriamo davvero che la piccola non mi somigli troppo.

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