Il figlio preferito e le rivalità tra fratelli_Prima parte

Io lo sospettavo, gli amici me lo raccontavano, ora finalmente lo psicologo me lo conferma: il figlio preferito esiste. Ovvero esiste da parte di molti genitori una disparità di trattamento verso i figli. Lo conferma anche un sondaggio di cui si parla moltissimo nella rete, ripreso anche da Vanity Fair, secondo cui una mamma su sei ammette di prediligere uno dei suoi figli. Al cocco di mamma vengono solitamente concesse più attenuanti per le sue marachelle, lui o lei riescono facilmente a far desistere il genitore dalla punizione, nei racconti ai famigliari e agli amici gli aneddoti che lo riguardano sono tutti positivi e divertenti. Il figlio o i figli che stanno in secondo piano avvertono immediatamente questo atteggiamento e ne soffrono, nutrendo sentimenti di rivalità verso il fratello e di rabbia verso i genitori.

Perché un figlio diventa il preferito di mamma o di papà? Può dipendere dall’affinità di carattere, ci si capisce meglio, ci sono meno mediazioni nella comunicazione e il genitore tende ad essere tollerante verso un bambino in cui rivede più facilmente se stesso. Può dipendere dal momento in cui è nato quel figlio: magari era molto atteso o tutti speravano finalmente nel maschietto dopo tante bimbe. Può dipendere da uno stato di bisogno del bambino, dovuto magari ad una malattia. Per tanti motivi diversi, insomma quel figlio e solo quello è arrivato al momento giusto e viene in un certo modo ricompensato.

I genitori difficilmente si accorgono di questa preferenza e anche quando se ne rendono conto, sanno che un figlio è il loro preferito, non ammettono comunque di averlo trattato diversamente dagli altri (salvo il caso di una mia cugina il cui papà le ha rivelato apertamente la sua preferenza).

Il problema, in realtà, non è se noi genitori ci troviamo più o meno in sintonia con uno dei nostri figli, il problema è quando questa sintonia dà luogo a diversi metodi educativi e ad una evidente disparità di trattamento. È importante che i figli tra loro non si percepiscano come rivali ma come alleati e che noi li aiutiamo in questo. Infine, se è così evidente che con uno dei nostri pargoli andiamo meno d’accordo che con l’altro, non potremmo chiederci cosa c’è di diverso in lui e incuriosirci per queste differenze, rendendole motivo di arricchimento invece che di scontro?

Via | Vanity Fair

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