In classe con mia figlia c’è un bambino con problemi comportamentali, lo chiamerò Ciccio. Dal primo giorno di scuola, la piccola ha cominciato a farmi i racconti delle imprese di questa piccola peste: mamma Ciccio mi ha tirato i capelli, Ciccio mi ha fatto male, Ciccio mi ha dato una botta in testa, Ciccio picchia la mia amica.

Da principio ho pensato esagerasse, poi però lei stessa ha cominciato ad assumere comportamenti aggressivi ed era visibilmente agitata. Le maestre mi hanno confermato che la piccola non esagerava e che loro stesse esortano i piccoli (parliamo sempre di scuola materna) a non accettare passivamente i comportamenti del Ciccio.

Preoccupata di tutto ciò, ho parlato con lo psicologo da cui sono in cura dai tempi della depressione post partum. Io: “Vorrei insegnare a mia figlia a reagire senza diventare però violenta”. Lui: “A 4 anni vuole che impari questo? Non è pronta”. Io: “E allora che faccio?”. Lui: “I bambini vivono e comunicano le emozioni anche attraverso il corpo. Meglio se sua figlia si sente libera di ricambiare le botte del Ciccio”.

Ero un po’ allibita. D’altronde, pensandoci bene, non si trattava di spingere mia figlia ad essere aggressiva, ma solo di darle il permesso di difendersi. Lei infatti percepiva chiaramente che sono contraria ai comportamenti violenti e non osava andarmi contro.

Così le ho spiegato che il Ciccio si comporta davvero male e che è sempre il caso di dirlo alla maestra, ma che se proprio le fa male è giusto che si difenda come può. Non ci crederete: i comportamenti aggressivi di mia figlia sono cessati, si è rasserenata. E’ più fiduciosa e sicura di sé e, roba da matti, persino con il Ciccio i rapporti vanno meglio!

Foto | Flickr

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