E’ questo sostanzialmente il problema che si pone una mamma che ha scritto alla redazione di Uppa-Un Pediatra per amico. Prima di proseguire vi dico subito che trovate eccezionalmente online, in questi giorni, gli articoli del numero 4. Per visionare i nuovi numeri sul sito è necessario abbonarsi.

Torniamo a noi. La mamma in questione ha seguito le indicazioni della puericultrice del suo ospedale, prima, e della sua pediatra, poi. Ha dunque cominciato con l’allattamento a richiesta e naturalmente ha visto svanire alla velocità della luce la possibilità di dormire.

Una sua amica, nello stesso periodo, si è sentita dire dalla pediatra che di notte i neonati, se piangono, vanno cullati e rassicurati e non allattati. Così, questa felice neo mamma, dopo una prima settimana di pianti ha ripreso il suo sonno abituale. Che dire?

Anche io ho allattato a richiesta e ho perso quasi un anno di sonno. Forse per me ci voleva una pediatra vecchio stampo, in grado di convincermi che è meglio interrompere le poppate durante la notte. Avrei riposato e la mia sindrome depressiva sarebbe stata sotto controllo.

Quando guardavo la mia piccola, però, non riuscivo davvero a pensare di poterle imporre degli orari. Anche se, quando diciamo che madre natura va rispettata, dobbiamo tenere presente che gli oranghi, per dirne una, il giorno dopo non devono lavorare né in casa né fuori.

Il pediatra saggiamente risponde che bisognerebbe trovare una giusta mediazione tra le esigenze della mamma e quelle del piccolo. So che questa mia domanda farà inorridire molte persone, ma se la soluzione fosse che di notte il papà si alza e prepara un biberon?

Prima che mi saltiate addosso, vi comunico che parlando con diverse mamme ho scoperto che il tanto temuto passaggio seno-biberon, che invoglierebbe il piccolo a preferire quest’ultimo perché più facile da succhiare, non ha impedito loro di portare avanti un allattamento misto per molto tempo. Voi come vi siete regolate?

Foto | Flickr

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