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Gravidanza

Intervista a Paola Banovaz, autrice di Epidurale por favor. Prima parte

Il libro di Paola Banovaz, Epidurale Por favor , e i post del suo blog sul tema, hanno determinato una serie di reazioni.

Le positive: molte donne si sono riconosciute nel suo libro e sono contenta che finalmente si cominci a dibattere sul tema. Le negative: per molte il parlare in certi termini di parto e gravidanza è snaturante e in qualche modo spaventoso per le future puerpere.

Ho intervistato l’autrice per avere dei chiarimenti sulla sua battaglia e sapere come vive questo genere di commenti.

Come mai dopo il blog hai sentito la necessità di scrivere un libro?

Perché credo ci sia urgenza di discutere di diritto a cure antalgiche sicure ed efficaci per le donne in travaglio di parto.

Perché credo che nelle istituzioni, negli ospedali, nei corsi di laurea per ostetriche, nei corsi di accompagnamento alla nascita, nella manualistica alle donne in dolce attesa ci siano troppi luoghi comuni sul parto, sulle madri e sulle donne.
Ad esempio, il dolore come “buono”, necessari per aumentare l’autostima, l’empowerment, per trasformare una donna in madre. Questo l’ho letto nel sito di epidemiologia dell’Istituto Superiore di Sanità, nel programma di un corso per ostetriche nell’università di Bologna, nei libri di Odent, Leboyer, Schmid, Gaskin. Persino nell’informativa rivolte alle partorienti di un ospedale di Reggio Emilia. Ovunque.

Non temi che il libro sia ridondante rispetto al sito? Cosa può dare in più?

Ridondante lo è certamente perché è in parte una raccolta di post del mio blog. L’unica cosa che spero dia di più è che raggiunga un più vasto pubblico, malgrado in questo momento ci siano problemi nella distribuzione.

E’ evidente che il tema ti sta a cuore, ma anche che sei sempre coinvolta da questa battaglia. È davvero necessario prendersela così tanto?

Sì, io credo di sì. Per molti motivi. Il primo è quello di pretendere parità di diritti visto che il parto riguarda solo le donne e solo alle donne è concesso l’onore di travagliare per ore e ore senza nemmeno la somministrazione di un buscopan.

Il secondo è che lenire il dolore è uno dei doveri del medico, almeno secondo Ippocrate (divinum opus sedare dolorem).

Per gli antichi non c’era differenza tra dolore fisiologico – come quello del parto – e patologico. Il dolore si curava. Punto.

In questo senso pretendere un servizio di partoanalgesia gratuito e garantito a tutte le donne che lo richiederanno è un ulteriore passo per affermare la cultura della cura del dolore. Dolore nel parto, ma non solo. Anche quello pediatrico, oncologico, post operatorio, cronico. In questo paese il dolore purtroppo pare avere un valore in sé.

Il terzo punto è che tacendo sul dolore nel parto e alimentando tutte queste filosofie new-age sul controllo di sé, del dolore, sull’autostima e l’empowerment rischiamo di spalancare le porte a medicine alternative senza che queste abbiano uno straccio di evidenza scientifica.

Un esempio? Secondo il nostro Servizio Sanitario Nazionale il parto in acqua è ritenuto un parametro di qualità. Viene “venduto” come tecnica antalgica alternativa all’epidurale. In realtà il parto in acqua (che poi parto non è ma quasi sempre travaglio) è solo una tecnica di contenimento del dolore, siucuramente più economica della peridurale ma non altrettanto efficace.

In più quante donne sanno quali sono le teorie alla base di questa modalità di parto? Sanno che fu ideata da un insegnante di ginnastica russo convinto che l’uomo discende non dai primati ma dai delfini? Nel libro ho dedicato un po’ di pagine a Igor Charkovsky, il padre del parto in casa, erronamente definito da molti siti come “medico”.

Quarto e ultimo punto, ma non meno importante. Il libro è un grido d’allarme sul lento declino della sanità pubblica. L’ostetricia, pediatria e neonatologia sono le cenerentole degli ospedali. I DRG per un parto normale (i rimborsi previsti per le prestazioni ospedaliere) valgono la metà di un DRG artroscopia, un intervento abbastanza banale. Il dramma è che con il plauso di tutti gli italiani, donne in testa, il DRG del cesareo è stato equiparato a quello di un parto vaginale senza complicanze in molte regioni. A nessuno è venuto in mente di fare l’operazione contraria? Ossia portare il DRG di un parto vaginale normale a quello di un cesareo?

So che alcuni ti considerano una sorta di terrorista del parto: cosa rispondi a chi fa queste osservazioni?

Che risponderei? Rielencherei i quattro punti citati qui sopra!

Quali altre osservazioni ti vengono fatte?

Che sono troppo arrabbiata, che sono acida, infelice, piena di problemi, ossessionata, che sono pagata da qualcuno (presumo sospettino qualche società di anestesisti o casa farmaceutica).

La verità è che questo tema mi appassiona veramente. Ho letto e conosciuto tante persone incredibili. Primo fra tutti il Professor Ivan Cavicchi che si è offerto di scrivere la presentazione del libro.

Con tanti problemi economici che ci sono in Italia e con tutti gli altri problemi che abbiamo noi donne perché accanirsi tanto sul problema dell’epidurale?

Perché la Sanità Pubblica è un bene di tutti ed è un dovere di tutti difenderla. E non è ammissibile che il solo dolore nel travaglio e nel parto non abbia una dignità e un riconoscimento. Con l’approvazione della legge 1771, Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore, a tutti tranne le donne in travaglio verrà riconosciuto questo diritto.

E proprio perché adesso c’è un così grande fermento femminile contro l’utilizzo dei loro corpi nella pubblicità, nella politica (penso alle escort). Tutte pronte a censurare un paio di chiappe usate per vendere pneumatici, ma tutte zitte se alle donne viene negata la possibilità di scegliere un parto indolore.

Vi aspetto domani per la seconda e ultima parte dell’intervista.

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