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Gravidanza

Intervista a Paola Banovaz, autrice di Epidurale por favor. Seconda parte


Nella prima parte dell’intervista, ho cercato di capire come mai Paola Banovaz abbia deciso di pubblicare un libro che riprende molti post del suo blog e quali sono state le reazioni al suo modo di scrivere e affrontare il tema dell’epidurale negata.

Oggi parleremo anche di chi sostiene la battaglia contraria a quella della Banovaz, ovvero delle donne che, giustamente, non vogliono che parto e gravidanza siano equiparate ad una malattia e dell’equazione, che però nuoce gravemente a noi tutte, donna = dolore.

Ammetterai che non è poi tanto strano pensare che il parto è un evento naturale e che milioni di donne sono riuscite ad affrontare il dolore. Non è che corriamo davvero il rischio di sottovalutare le nostre risorse?

Fino a poco tempo fa non era tanto strano macinare chilometri per rifornirsi d’acqua, ci si scaldava con una stufa o un piccolo fuoco. E la gente non moriva di sete o di freddo. Almeno non la maggioranza.

L’uomo da sempre si adegua all’ambiente. Ed è una particolartità dell’uomo modificarlo, nel bene e nel male. Abbiamo l’inquinamento certo. Ma anche gli antibiotici, il riscaldamento, l’acqua corrente in casa. E abbiamo la peridurale.

Non credi però che una parte di ragione ce l’abbiano anche le donne che combattono un parto eccessivamente medicalizzato?

Non credo che sostenere il diritto ad un parto indolore voglia dire medicalizzare la nascita. Che cosa intendiamo per medicalizzare?

Esiste una buona medicalizzazione. Perchè da quando la nascita è medicalizzata e ospedalizzata le morti materne e perinatali sono quasi pari allo zero. Lo stesso si può dire per la morbilità.

Esiste una cattiva medicalizzazione. Ossia induzioni al parto frettolose, ossitocina per accelerare il travaglio, episotomia di routine, cesareo consigliato più dalla paura del medico che non dal parto ecc…

Ma anche quando parliamo di cattiva medicalizzazione non dovremmo mai dimenticare le cause di questo fenomeno. Che sono tante. Dalla carenza del personale sanitario e delle strutture in cui operano, alla fine di un rapporto di fiducia tra partoriente e medico e alla abitudine di molte future mamme a cercare informazioni sul web per poi presentarsi in ospedale convinte di “sapere”.

E anche certo, alle influenze culturali e alla mancanza di aggiornamento di molti medici e ostetriche su travaglio e parto fisiologici. Con epidurale soprattutto.

A chi chiede una demedicalizzazione della nascita vorrei dire solo: attenzione! In tempi di crisi economica demedicalizzare spesso fa rima con tagliare.

In Olanda si sono accorti che proprio a causa della demedicalizzazione del percorso nascita (non viene diagnosticato ben il 25% delle gravidanze a rischio) i tasso di mortalità perinatale si è elevato così tanto da raggiungere il primo posto tra i paesi dell’Unione Europea.

Quali altri luoghi comuni ti interessa smascherare oltre all’equazione donna-dolore?

Quello che una donna diventando mamma abbandona il suo status di persona. Che non tutte le donne possono o vogliono allattare al seno, che non esiste un modo per essere una buona madre, ma tanti e tutti legati all’unicità di una donna e del bambino che nasce e che cresce con lei.

Che i ginecologi non sono diavoli e gli ospedali luoghi di tortura. Che sicuramente ci sono tante cose che possono essere migliorate nelle maternità italiane ma che il nostro paese rimane comunque uno dei posti più sicuri dove mettere al mondo un figlio.

Che la medicina basata su linee guida e sulle ebm (le famose prove scientifiche) è una medicina basata su modelli astratti che spesso legano le mani degli operatori.

Che internet è una gran bella cosa ma che ha anche i suoi effetti collaterali. Uno è quello di illudere la gente di avere libero accesso all’informazione.

In realtà sul web si trova veramente di tutto e ci si illude, solo per aver letto un po’ di questo tutto, di essersi informati e di “sapere”. E allora si va dal medico o si entra in sala parto decise a far valere le proprie convinzioni senza domandarsi se queste convinzioni abbiano un minimo di fondamento con la realtà.

Credi che la tua battaglia possa funzionare?

Vorrei ricordare che questa non è la mia battaglia. E’ la battaglia di tantissima gente che l’ha iniziata ben prima di me.

La petizione sull’epidurale per esempio è di Leonilde Scarciafratte, una mamma di Velletri che l’ha partorita insieme al suo primo bambino. Sentendo proprio le urla di dolore di una donna che travagliava con lei.

L’associazione che rappresento, l’AIPA, Associazione Parto in Analgesia, è nata per tentare una via più istituzionale. E per ora sembra funzionare. Siamo state al congresso nazionale della SIAARTI (Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione Terapia Intensiva) e a diversi convegni a Roma, Milano, in Abruzzo.

Hai in programma altri libri o altre battaglie?

Le battaglie non si programmano. Ci si trova senza volerlo dentro una battaglia perché la si sente, perchè ci si crede profondamente. E quindi no, credo che con questa sto dando tutta me stessa e il resto vorrei tenerlo per me e mio figlio.

Un altro libro? Sì, ci sto lavorando anche se le mamme in questo paese hanno sempre troppo poco tempo.

E forse questo potrebbe essere lo spunto per chi ci legge per iniziare un’altra battaglia: liberare le madri italiane da una mole di impegni e incombenze che spesso sono talmente gravose da indurle ad abbandonare il lavoro e la scena politica.

Foto | Flickr

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