I diritti dei bambini: soffrire, parlare, ricordare

biscotto con lacrima

Mi ha commosso leggere il post del papà blogger Cristiano Camera una citazione di Alice Miller. Mi sono imbattuta nella Miller da ragazza, mentre studiavo all'università e i suoi testi sull'infanzia mi scombussolarono tutta e mi consentirono di capire molte cose di me stessa e della madre che avrei dovuto essere.

Ancora oggi i suoi testi producono frutti e mi guidano nella relazione con mia figlia. Vi dico subito, però, che i libri della Miller non sono manuali per la crescita dei bambini, non contengono linee guida per i genitori. L'autrice, un tempo molto legata ai temi della psicoanalisi, ad un certo punto della sua vita si rese conto che una certa prassi terapeutica non funzionava.

Capì allora che era necessario ridare centralità al bambino e ai suoi sentimenti, alla realtà dei fatti e non all'interpretazione di questi fatti. Comprese che era necessario ridare ai piccoli la possibilità di esprimersi, arrabbiarsi, piangere, soffrire. Vi sembra scontato? Facciamo un test: voi mostrate abitualmente le vostre emozioni in famiglia? Piangete sulla spalla di un amico? No? Perché?

Non entriamo nella psicologia ma solo nel campo dei ricordi: da bambini vi siete mai sentiti dire "non piangere", "dai che sei grande", "non è niente, smettila", "non capisco che bisogno hai di agitarti tanto", "su, altrimenti la gente penserà che sei un bambino piccolo". Ecco, volete davvero ridire le stesse cose ai vostri figli, col rischio che un domani, non potendo e non sapendo dire il dolore, finiscano per esprimerlo in modo sbagliato?

Foto | Flickr

  • shares
  • Mail