La mamma ideale sogna il meglio per il proprio bambino; immagina il futuro; si vede nonna attorniata dai nipotini. La mamma reale, quando riesce a dormire, sogna che Rupert Everett non sia gay o, drasticamente, di non aver mai incontrato quel bonaccione con cui fare un figlio o, disperatamente, di poter scambiare il proprio pargolo urlante con uno che abbia il controllo del volume incorporato.

Tutti ci vogliono così: annientate da gravidanza e parto. In effetti è così che riduciamo, tranne che per pochi casi fortunati. Per gli altri le nostre occhiaie sono romantiche, i nostri sospiri sognanti, le nostre forme ancestralmente rassicuranti. Quando diciamo quello che pensiamo veramente, però, l’opinione pubblica ci considera immediatamente depresse, disturbate, egoiste. Quando qualcuno mi dice: non ti ricordi neanche com’era prima di tua figlia e io dico me lo ricordo eccome, ribattono che non le voglio bene.

Quando penso alle star di Hollywood che hanno partorito in cliniche lussuose non provo invidia se non per due cose: il massaggiatore personale che sicuramente hanno, e la tata che si alza di notte e va a prendere il bambino per la poppata (avendo fatto un cesareo mi sarei risparmiata tutte quelle alzate). D’altronde, siccome partorire è un evento naturale è ovvio che certi medici ci guardino come bambine viziate perché vogliamo l’epidurale o come delle mozzarelle perché tra cesareo e allattamento avremmo bisogno del sonno di tre persone messe insieme.

Il guaio è che invece di fare comunella, spesso ci sentiamo in dovere di rispondere a tutte queste aspettative ed entriamo in dolorose competizioni da cui usciamo, necessariamente, tutte perdenti. Se ci ammaliamo più spesso, se siamo tristi più spesso, se tutto ci cade di mano, se non abbiamo più fiato e più tempo, magari invece di continuare a pensare come tenere tutto insieme, dovremmo cercare di chiederci cosa eliminare dall’agenda di super mamma.

Per quando interiormente ci sembri strano, perché una mamma o è martire o non è una vera mamma, è invece liberatorio cominciare a rivendicare i propri diritti, anche fra di noi. Perché siamo donne, esseri umani complessi, organismi che possono crollare se tiriamo troppo la corda. Invece di continuare a sognare una vita diversa, perché non cominciamo a costruirla?

Dimenticavo: in effetti ho una sola amica che sogna Rupert Everett. Un nutrito gruppo è fan di Hugh Jackman (che pezzo d’uomo). Nei vostri sogni chi veleggia verso la vostra cucina chiedendovi un caffè?

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