Mamme da legare: La Giornata della Memoria, di madre in figlia, di nonna in nipote

A casa nostra, tra i libri, spiccava un grosso volume rosso scuro. Doveva aver avuto una sovracopertina, un tempo.

Mamme da legare: La Giornata della Memoria, di madre in figlia, di nonna in nipote‬‬

Lo guardavo sempre con curiosità, e chiesi a mia madre di cosa parlasse e cosa significasse quello strano titolo: "Treblinka è un posto, era un campo di concentramento". Non ricordo quando ho scoperto l'esistenza dei campi di concentramento, è come se lo avessi sempre saputo, il che vuol dire che mia madre deve essere stata brava a introdurmi una delle pagine peggiori del genere umano senza procurarmi traumi.

Della guerra parlava spesso mia nonna, ma la mia città, un paese durante gli anni '40, non aveva ebrei. Comunisti sì, e la loro vita non era stata semplice. Ma la nonna era quel genere di persona che riesce a fare ironia su tutto, anche sulla fame e sulla miseria patite, e i suoi racconti avrebbero preparato il terreno alla scoperta progressiva di ciò di cui è capace l'uomo in guerra.

Mia madre, mentre noi giocavamo o stavamo tranquille, aveva spesso un libro in mano, e aveva quel sesto senso per cui riusciva a trovare un libro giusto per le figlie al momento giusto. L'unica regola per accedere a quella che mi sembrava la sterminata biblioteca di casa era che non c'erano regole. E, così, dopo aver scoperto che Treblinka era un luogo, iniziai a leggere il libro rosso. Ricordo che, quello che mi stupì, fu l'organizzazione del campo di concentramento, il fatto che tutto funzionasse come un orologio. Non credo di aver compreso subito ogni cosa, ogni risvolto: c'era quella specie di filtro dovuto alla giovanissima età che mi teneva al riparo dalle cose peggiori.

Subito dopo, in casa mia, iniziarono ad apparire magicamente altri libri: "Il diario di Anna Frank", "Se questo è un uomo", "La tregua". Li leggevo tutti d'un fiato, e iniziavo a capire che la faccenda non riguardava più solo gli ebrei: la democrazia dei campi di concentramento consisteva nel fatto che chiunque poteva finirci. Nascita sbagliata, religione sbagliata, orientamento sessuale o politico sbagliato. Poteva capitare a chiunque, ovunque e in qualsiasi momento, e mia madre (o meglio, Brecht) me lo confermò:

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti,
e io non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare.

Ma una cosa mi dava sicurezza: Primo Levi aveva raccontato il suo calvario (termine mutuato dal cristianesimo che, purtroppo, si può applicare anche alle altre religioni), aveva raccontato il suo ritorno terribile a casa e l'angoscia del vuoto e degli incubi, quelli in cui a nessuno importa quel che è successo, e tutti trovano qualche altra cosa da fare mentre tenti di spiegare loro l'orrore. Nonostante ciò era sopravvissuto, era tornato per raccontare e lo aveva fatto. Questa sicurezza crollò ed ebbe il sapore del tradimento pochi anni dopo, quando scoprii che forse Levi si era suicidato. Ma come? Questo mia madre non me lo aveva detto, e avrebbe dovuto! Avevo letto i suoi libri con lo spirito di chi sa che ci sarà il lieto fine, e adesso cambiava tutto!

Ci sarebbero voluti altri anni perché mi "riconciliassi" con Primo Levi: in fondo, aveva fatto ciò che doveva. Era sopravvissuto a soprusi, violenze, fame, freddo, malattie, viaggi a piedi, umiliazioni e incubi, ed era riuscito a raccontarci tutto. Il riposo di una morte provocata, forse, se l'era meritato. Non so perché l'abbia fatto, ma la vita era la sua e non l'ha sprecata: ha ricordato senza odio, e ha avuto la forza che altri, comprensibilmente, non hanno avuto, quella di resistere al desiderio di dimenticare e andare avanti. Credo che il prezzo l'abbia pagato, e forse morire era l'unico modo per trovare tranquillità.

Un giorno, forse, mia figlia chiederà a mia madre cosa sia quel libro rosso con lo strano titolo. E mamma le dirà che Treblinka era un posto. Qualcuno non è tornato, qualcun altro sì. Qualcuno, invece, è tornato solo apparentemente. Ma, in realtà, da Treblinka nessuno di noi è mai tornato.

Foto | Flickr

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