Cosa mi dà questa convinzione? I miei ricordi: sebbene non possa dire di “averle prese” spesso dai miei genitori, quelle rare volte che accadeva lo schiaffo otteneva esattamente l’effetto contrario, facendomi innervosire e portandomi ad avere quasi un atteggiamento di sfida. Al contrario, se ne combinavo una delle mie e mia madre mi parlava con lo sguardo serio e guardandomi fisso negli occhi, mi sentivo piccola piccola dinnanzi al mio sbaglio. Caso a parte con mio padre: avete presente il film “La scuola”, in cui Fabrizio Bentivoglio spiegava il famoso “sguardo” in grado di riportare l’ordine in classe? Ecco, a mio padre bastava fare “lo sguardo”, senza dover nemmeno ricorrere alla parola.

Col passare degli anni mi sono resa conto che, in realtà, i genitori spesso ricorrono allo schiaffo più che altro quando sono spaventati: un figlio piccolo in piedi su una finestra e cose del genere sono in genere sufficienti a far scattare la punizione corporale. Qualcuno dice che serva: mah… Io sono abituata ai gatti: se li rimprovero per non farli salire sul piano della cucina, loro non lo fanno. Finché non volto le spalle, almeno. E così molti dei miei amici, da piccola: bambini modello in presenza dei genitori, piccoli esploratori scatenati una volta soli.

Ma c’è qualcosa che coinvolge noi tutti, anche quelli più contrari ai cari metodi educativi ottocenteschi: alzare la voce. Purtroppo capita, perché è una reazione dettata dalla stanchezza, il nemico peggiore di ogni genitore. Tuo figlio cerca ripetutamente di salire sul tavolo, o di correre sfrenato per casa e tu, alla fine, cedi. Dopo il decimo “tesoro, così puoi farti male” parte l’urlo. Il risultato? Con mia figlia, nessuno. L’unica cosa che ottengo è di spaventarla o di venire completamente ignorata. Il primo caso è terribile, una di quelle reazioni che ti spezzano il cuore; il secondo risultato è frustrante, e ti fa rivalutare in un attimo i tuoi genitori, pensando: “ma come hanno fatto? Adesso chiamo mia madre e le chiedo scusa per tutto”.

Certo, molto dipende dal carattere e dall’età del bimbo: è inutile ragionare con un bambino di un anno, è inutile chiedergli “perché lo fai?”. L’unico modo che ho per distogliere mia figlia da un atteggiamento o un’azione è fornirle subito qualcosa da fare in sostituzione. Alla ventesima volta che la recupero sul tavolo da pranzo, si scoccia e passa ad altro. Una volta le ho dato una scappellotto poco convinto sul sedere, perché oltre a salire aveva cominciato a saltare: mai più. E non perché sia scoppiata il lacrime, ma perché è scoppiata a ridere pensando fosse un nuovo gioco. Avrei dovuto darglielo più forte? Ma figuriamoci! Se gliele do a un anno e mezzo, a sedici che faccio? La sua reazione mi ha “educata” molto più di qualsiasi pianto.

Altro discorso quando alzo la voce: la reazione è meno divertita, ma il livello educativo è pure più basso. La bambina si spaventa, e io vorrei essere inghiottita dal pavimento. So benissimo che urlare serve solo a me come sfogo temporaneo, e il rischio è che la bambina pensi che urlare sia una cosa naturale. Allora mi mordo la lingua, caccio indietro l’urlo e dico: “amore, così non va”. E mi viene subito l’istinto di correre a farmi fare un tatuaggio: “Mamma perdonami”.

Foto | Flickr

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