Il Coronavirus spiegato ai bambini come se fosse una partita di calcio

È la finale di Coppa del Mondo che nessuno avrebbe mai voluto giocare: è così che Marco Cattaneo, un giornalista di Sky Sport, racconta il coronavirus ai bambini.

Bellissima idea, quella di Marco Cattaneo, un giornalista di Sky Sport che ha deciso di raccontare la battaglia contro il Covid 19 come se fosse una partita di calcio, per l’esattezza una finale di Coppa del Mondo. La sua voce è accompagnata dai suoi disegni e sono davvero carini e adatti ai piccoli di casa, magari appassionati di calcio.

Non l’avremmo mai voluta giocare, ma ormai siamo in campo.

L’aria è strana, e l’erba sembra sbiadita, quasi appassita.

Siamo tutti nervosi, tesi, provati. Ma del resto questa per noi è una finale di coppa del mondo. Non riguarda solo una squadra, una maglia o una tifoseria, riguarda tutto il pianeta.

Lo avete notato che è tutto sferico, vero?

È sferica la terra, è sferico il pallone, e ora è sferico pure sto Virus.

“Questa è una buona notizia” ci diciamo entrando in campo e riuscendo finalmente a sorridere, a un paio di metri l’uno dall’altro: “Grazie al cielo siamo tutti in grado di tirare un calcio al pallone - dice uno di noi, e poi aggiunge “chi più chi meno” ammiccando verso un compagno.

Abbiamo capito cosa vuole dirci: Tireremo un calcio anche al Virus, come se fosse un vero pallone di cuoio, e ben prima che lo faccia lui.

Neanche il tempo di pensarlo, che la partita inizia.

Sappiamo che potrebbero non essere 90 minuti. Forse saranno di più, anche 120. E anche se il nostro obbiettivo è chiuderla prima, noi staremo qui tutto il tempo che serve, e anche di più, se necessario.

Lo sport ce lo insegna ogni giorno: bisogna rispettare l’avversario, senza credersi più forti di lui, senza sottovalutarlo, ma di certo pure senza darsi per sconfitti in partenza.

“Siamo pronti! Tutti uniti” ci urla il nostro capitano.

Insieme abbiamo studiato l’avversario, chiesto al nostro staff uno sforzo mostruoso, e sacrifici che non si possono nemmeno immaginare.

Dal primo all’ultimo. Dal presidente al magazziniere, dal primario al barelliere.

Perché se viene a mancare anche un solo pezzo della squadra, la squadra perde.

E noi vogliamo vincere.

Il Corona cerca il gioco duro, lo scontro. Desiderano il contatto, ci vogliono colpire, la tattica è chiara.

“Non cascateci!” urla il Mister.

Loro vogliono provocarci? E noi ce ne laviamo le mani. Bene, benissimo, a lungo.

Riusciamo a entrare in possesso del pallone, che arriva al nostro centravanti. Noi lo guardiamo da lontano: Sta puntando la porta, pero è troppo isolato. Il Corona gli fa la gabbia attorno: maledizione! se prendono lui, poi toccherà anche a noi. E infatti...

lo prendono.

Ci casca il mondo addosso.

sembra la fine.

Hanno preso il nostro giocatore più forte, il capitano.

Ora l’erba sembra ammuffita. L’aria si fa grigia.

Però il capitano alza le braccia, e anche se assomiglia a un segno di resa il tono della voce è diverso, ci infonde coraggio.

“Ragazzi, cambio: io esco. Vado a casa, e rimango lì. Voi però non perdete energie a preoccuparvi per me, qua ci sono i migliori medici, infermieri e ricercatori del mondo.”

“Ma se esci, perderemo!” Si lamenta uno, da dietro.

“Perderemo se non starò lontano da tutti, se non farò in modo che prendano anche voi”. dice fissando i compagni negli occhi, i suoi che brillano - mentre se voi continuerete a giocare cosi.. sono certo che vinceremo!”

Stringiamo i pugni in fondo alle braccia tese lungo il corpo, la mascella rigida, il cuore che non sa cosa pensare.

Poi ci risveglia l’urlo del Mister: “Sapete cosa fare!” dice, e difatti lo sappiamo perfettamente, perché siamo in possesso di tutte le informazioni che ci servono. Si tratta solo di rispettarle.

“Pensate a cos’avete fatto, per arrivare fin qui!”ci grida poi.

Sacrifici, ecco cosa abbiamo fatto, e non solo per noi stessi: li abbiamo fatti per i compagni, per i tifosi, per chi conosciamo e per chi invece no. Li abbiamo fatti per la comunità.

Che poi in fondo è la nostra squadra, la nostra grande squadra.

“Andiamo, forza!” Diciamo, dandoci coraggio a vicenda.

Improvvisamente, quelli sotto shock sono loro. Ci muoviamo in campo come un elastico perfetto, ma non siamo il Milan di Sacchi, il Barcellona di Guardiola o la grande Olanda.

No, noi non abbiamo bisogno di fare le rivoluzioni, perché ci basta il nostro calcio semplice.

E’ un dono, essere semplici. Anche prudenti, rispettosi, attenti. Coscienziosi.

“Passa! Apri! Lancia!”

Ci guardiamo attorno.

Gli spalti sono pieni: dei colori di tutto ciò che ci manca, dei suoni che non ricordiamo più, delle voci, delle feste, dei viaggi, delle cene, dei baci.

Sono tutti lì, semplicemente in attesa di riaverci.

Facciamo girare il pallone. Loro lo inseguono, senza prenderlo, corrono a vuoto.

“Se non possono prenderci, non possono batterci” ripetiamo tra noi.

Così, quando il pallone finisce dentro la loro area di rigore, a pochi passi dal dischetto, tutto lo stadio trattiene il fiato.

Il nostro stadio è la nostra casa: le sue pareti non sono mai state così preziose.

Ci sta costando fatica e sofferenza vedere il cielo solo dalla finestra, non superare mai l’uscio, nemmeno per l’amichevole fuori porta del giovedì.

Tiro.

Fiato trattenuto.

Tuffo del portiere.

Non ci arriva.

Non ci arriva più.

Non può prendere il pallone.

Non può prenderci.

E’ quasi gol.

Silenzio.

Gol.

Non esultiamo.

Non possiamo abbracciarci ancora.

Eppure...

Ora la partita la comandiamo noi.

Uniti, perché siamo una grande squadra.

E quando torneremo ad abbracciarci, uno stadio intero, un pianeta intero, sarà semplicemente, il giorno più bello del mondo.

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