Questa cosa mi ha fatto dimenticare o sottovalutare la memoria di mia figlia, che ha meno di due anni. Un paio di settimane fa, in garage, ha trovato il telecomando bianco di un vecchio videoregistratore, e lo ha puntato verso il soffitto scrutando con attenzione il controsoffitto. Mi ci è voluto un po’ per ricordare che un telecomando simile azionava le pale del ventilatore nella casa al mare dei nonni.

Stessa cosa quando ripete qualche gesto legato a qualche filastrocca che le hanno cantato le nonne e che io non capisco immediatamente, chiedendomi quale sia stato il termine magico che ha risvegliato la sua memoria. E resto lì a giocare al gioco dei mimi, dicendole: “cos’è? Farfalla? Uccellino? Aquila? Pterodattilo?”.

E il problema non sono tanto i gesti, quanto le parole che inizia a pronunciare adesso. Io e il padre cerchiamo disperatamente di darci un contegno e di non usare parolacce. Allo stesso modo, cerco di non parlare male di nessuno in presenza della bimba, perché so che arriverà il giorno in cui la voce dell’innocenza dirà: “ah, tu sei quella che cucina sempre cipolle e ci fa arrivare la puzza fin nel salotto!”.

Non so perché ho sottovalutato così tanto la bambina: il fatto che magari non ricorderà questi giorni tra 20 anni, non vuol dire che non li ricorderà tra 2 mesi. Il che vale anche per i cibi che assaggia, i giochi che le faccio fare, le canzoncine che le canto, le persone che incontra. Sono passati i bei tempi: adesso sono costretta a dare il buon esempio. Perennemente sotto osservazione. Non vedo l’ora che compia 18 anni per imprecare di nuovo contro il soffritto dei vicini.

Foto | Flickr

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