Avevo resistito solo ai fazzolettini per il seno. Mi ero detta che, magari, lavarsi come tutte le persone normali sarebbe stato sufficiente. O quello, o mi sarei dovuta infilare anche io nel microonde.

Il ciuccio non mi preoccupava: già avevo difficoltà ad allattare, l’avrei usato in un secondo momento, per evitare “interferenze”. Volete sapere quante di queste cose ho usato? Zero. Non so se il fatto di partorire a 35 anni mi abbia reso più “pratica” e meno ansiosa, ma già in ospedale mi ero resa conto che un’esistenza “sterile” sarebbe stata impossibile. Innanzitutto, il primo cambio della bambina finì in bella mostra sul copriletto dell’ospedale: per quanto pulito, il copriletto per me rappresenta il male assoluto, quanto a germi. Avevo preparato una bustina sigillata e asettica, mi ritrovai una tutina ricettacolo di chissà cosa.

Dopo il primo rigurgito sul materassino della navicella, che venne prontamente rimosso costringendomi ad asciugare tutto col phon per fare in fretta, capii che anche le pasticche per il bucato erano state un acquisto inutile. Dovevo darmi dei limiti: la bimba dopo due settimane si nutriva quasi esclusivamente di latte artificiale, e i biberon venivano lavati a ciclo continuo e in tutta fretta. L’immagine della madre che sterilizza felice le bottigline era un’utopia, l’unica cosa possibile era comprare un detersivo il meno invasivo possibile quanto a odore e sapore. Senza rendermene subito conto poi, ero diventata una mamma alquanto tollerante con parenti e amici: finché la bimba era d’accordo, la facevo tenere a tutti. Certo, evitavo l’attempata e invadente signora con la tosse al supermercato con la classica scusa del proprietario di cani: “non so come reagisce, meglio stare lontani”. Ma, tutto sommato, non ho mai costretto nessuno a indossare guanti sterili e a trattenere il respiro in prossimità della bambina.

Avrete notato che non ho nemmeno nominato lo sterilizzatore per biberon: qualcosa me lo diceva, di non comprarlo… Il fatto è che la mia è una generazione di allergici a qualcosa. Ho avuto modo di vivere un po’ di tempo in posti caldi e non pulitissimi, secondo i nostri standard, e quel che so è che solo noi Italiani (e un po’ gli Spagnoli) stavamo malissimo per ogni cosa e giravamo con l’Enterogermina in tasca. Il mio sogno era una bella figlia dalle guance rosee che giocava per terra con animali vari e anticorpi grandi così. Una bambina che, quando giocava nel parco, non era imbottita di lana e tutta sudata, ma una bimba come si vedono nel resto del mondo: se devi correre, togliti quella giacca, così non sudi!

Non sono mai arrivata agli estremi cui ho assistito in altri paesi: insomma, il gatto a tavola nello stesso piatto, no. Ma più che altro per rispetto verso l’animale, che non deve essere umanizzato. Oggi lavo i ciucci caduti per terra in fretta e furia, uso detersivi delicati e metto i biberon e il necessario per fare la pappa in lavastoviglie, ma non di più. Tengo le finestre aperte il più possibile per cambiare l’aria ma non metto a mia figlia sciarpa, guanti e doposci, ma solo un maglioncino o una felpa se il tempo lo richiede. Ho trascorso una vita coi gatti e non ho guadagnato nemmeno un anticorpo contro la toxoplasmosi: basta, facciamo sporcare un po’ di più i nostri figli ed evitiamo loro la solita storia all’estero: “ma stai male? Ah, già: sei italiana…”.

Foto | Flickr

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